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Che fine hanno fatto le api? Cronaca di una presunta estinzione

Sono anni ormai che alcuni di noi si stanno ponendo queste domande: “Che fine hanno fatto le api? E’ vero che si stanno estinguendo? Cosa succederà alla Terra una volta che le api si saranno estinte?”. Secondo una frase erroneamente attribuita ad Albert Einstein, “Se le api scomparissero dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”. Si tratta di una citazione abbastanza catastrofista, sebbene contenga un fondo di verità, dal momento che le api sono parte integrante dell’ecosistema globale, come principali insetti impollinatori.

ape e fiore
Su scala globale, si stima che un terzo del cibo che mangiamo venga impollinato dalle api. Secondo la Fao, ben 71 delle 100 specie di colture più utilizzate si riproducono grazie agli insetti, gran parte dei quali sono api. Nella sola Europa, viene impollinato l’84 per cento delle 264 specie di colture coltivate per l’alimentazione animale e umana e ben 4’000 varietà vegetali esistono grazie all’impollinazione da parte delle api, che svolgono un ruolo fondamentale nella conservazione e nella salvaguardia della biodiversità delle piante selvatiche.

Volendola metter giù in termini prettamente economici, è stato calcolato che in totale l’impollinazione vale circa 200 miliardi di dollari, tra ecosistemi naturali e artificiali. Analizzandola da un punto di vista puramente utilitaristico, l’impatto economico dell’estinzione delle api potrebbe essere decisamente dannoso.

Ma perché le api stanno scomparendo e cosa si può fare per arginare questo fenomeno? Il mistero ebbe inizio negli Stati Uniti nel mese di ottobre 2006, quando gli apicoltori iniziarono a riportare perdite comprese tra il 30 e il 90 per cento dei loro alveari. Motivo di maggior stupore è il fatto che in molti casi gli alveari contenevano unicamente la regina e le larve, ma non c’erano api morte. Le api bottinatrici adulte erano semplicemente scomparse. Si arrivò a pensare che fossero andate a morire lontano dall’arnia, sebbene gli indizi (ovvero il fatto che la riserva di miele dell’alveare fosse intatta) puntavano in tutt’altra direzione. La situazione peggiorò, quando questi fenomeni iniziarono a verificarsi anche in altre parti del mondo. Si svolsero molte indagini per cercare di dare una spiegazione a questo fenomeno, che venne etichettato come Sindrome di spopolamento degli alveari (CCD, Colony Collapse Disorder, per gli americani), ma la costante assenza di segni di invasione da parte di nemici o parassiti lasciò tutti a bocca asciutta.

Tuttavia questa non fu la prima volta che gli apicoltori dovettero affrontare perdite inspiegabili. Ci sono diversi riferimenti di sparizioni di api nella letteratura scientifica nel 1880, nel 1920 e nel 1960. Sebbene il fenomeno venga spesso descritto in maniera simile al CCD, non c’è modo di sapere con certezza se questi problemi siano stati causati dagli stessi agenti.

Alveare
A quel punto partì una vera e propria caccia a livello mondiale alle cause e ai rimedi di queste sparizioni. Da allora a oggi è stato puntato il dito in più direzioni, dalle coltivazioni OGM alle radiazioni elettromagnetiche, passando attraverso più comuni parassiti e virus. Sfortunatamente le prove scientifiche di tutte queste ipotesi si sono sempre dimostrate troppo deboli per essere confutate.

Secondo alcuni scienziati, le radiazioni emesse dai telefoni cellulari potrebbero creare delle interferenze con il sistema di navigazione naturale delle api, impedendo loro di trovare la via del ritorno verso gli alveari. Sebbene alcuni esperimenti abbiano confermato questa teoria, si tratta solo di una delle possibili cause della sparizione delle api a livello mondiale. Si è guardato anche al deterioramento degli habitat delle api, che con il tempo ha portato alla perdita di fonti alimentari, alla diffusione di patogeni come batteri e funghi, all’aumento dell’inquinamento da pesticidi agricoli e alla comparsa di parassiti esterni, come l’acaro Varroa destructor. Questo parassita è la più grave minaccia per l’apicoltura a livello globale. Nonostante le ridotte dimensioni, questo acaro si nutre del liquido circolatorio delle api e si diffonde da un alveare all’altro. Se lasciato incontrollato, può portare alla morte prematura delle colonie entro appena tre anni.

Solo recentemente si è pensato di approfondire l’effetto dei pesticidi neonicotinoidi, tra i più utilizzati in ambito agricolo. Ricerche pubblicate su riviste prestigiose come Science hanno dimostrato che queste sostanze hanno effetto sulla salute delle api anche a dosi inferiori rispetto a quelle mortali, impedendone effettivamente il ritorno all’alveare. In seguito a questi studi, l’uso dei pesticidi neonicotinoidi è stato vietato in Francia, Germania, Slovenia e Italia, dove stato registrato successivamente un progressivo aumento delle colonie di api.

Ape sul fiore
Va precisato, però, che ulteriori ricerche successive hanno messo in luce che la responsabilità non sembra essere completamente da addossare a questi pesticidi, bensì a una sinergia di tutte le cause precedentemente indagate. Sembra infatti che queste sostanze indeboliscano le api rendendole maggiormente vulnerabili all’attacco dell’acaro Varroa destructor e a quello di altri parassiti normalmente non letali.

Le api sono quindi salve? La causa della loro scomparsa è stata identificata e debellata? Assolutamente no. Gli studi che sono stati portati avanti in questi anni sono serviti solo a mettere in luce la fragilità di questi insetti e l’importanza del loro ruolo a livello globale. E’ rischioso ignorare la sensibilità delle api alle notevoli modifiche che sta subendo il loro ecosistema.

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