The Last of Us Parte II è uno di quei giochi che non cercano il consenso facile: mette insieme una storia durissima, un gameplay di altissimo livello e una regia che ti lascia addosso una sensazione precisa anche dopo i titoli di coda. In questa analisi ho messo in fila ciò che funziona davvero, ciò che divide ancora oggi e quale versione conviene giocare nel 2026, così da capire se vale la pena recuperarlo adesso e in che modo farlo al meglio.
I punti chiave da tenere a mente prima di iniziare
- La storia ruota attorno a vendetta, perdita ed empatia, e lo fa in modo volutamente scomodo.
- Il gameplay resta uno dei migliori mix tra stealth, tensione e azione della sua generazione.
- Il ritmo è pesante e spesso emotivamente faticoso: non è un difetto casuale, ma una scelta precisa.
- La versione Remastered è oggi la più completa grazie a contenuti extra, miglioramenti tecnici e modalità aggiuntive.
- L’accessibilità è uno dei suoi punti più forti, con oltre 60 impostazioni dedicate a esigenze diverse.
- La domanda giusta non è solo se sia un bel gioco, ma se il suo tono e la sua struttura sono ciò che stai cercando.
Perché questa storia divide ancora così tanto
La vera forza di The Last of Us Parte II non sta nel semplice fatto che racconti una vendetta, ma nel modo in cui ti costringe a rivedere ciò che credi di sapere sui personaggi. Ellie non viene trattata come un’eroina rassicurante, e Abby non è costruita per piacere a tutti i costi: il gioco usa entrambe per parlare di perdita, colpa, autoassoluzione e conseguenze. È una scelta narrativa coraggiosa, perché non mira a farti stare comodo, ma a portarti dentro un conflitto che resta sgradevole fino alla fine.
La scelta di Abby non è un trucco narrativo
Il passaggio di prospettiva è il punto più discusso dell’intera opera, ma anche quello più importante da capire. Non serve a “correggere” la storia di Ellie né a bilanciarla in modo artificiale: serve a spostare il tuo sguardo, a costringerti a considerare il peso delle azioni da più angolazioni. Io la leggo così: il gioco non ti chiede di perdonare tutti, ti chiede di smettere di vedere il mondo in modo troppo semplice.
La violenza non serve solo a scioccare
Qui la violenza non è decorazione. Ogni scontro, ogni inseguimento e ogni conseguenza fisica o emotiva hanno lo scopo di rendere palpabile il costo delle scelte dei personaggi. Il risultato è volutamente duro, a tratti quasi soffocante, ma coerente con il messaggio complessivo. Se cerchi un racconto che ti accompagni senza attriti, questo non è il posto giusto; se invece vuoi un videogioco che usa la propria durezza per farsi ricordare, la direzione è chiarissima.
Ed è proprio questa intensità a mettere il gameplay sotto pressione, perché se il sistema di gioco non fosse solido, il peso della storia non reggerebbe un minuto in più.
Il gameplay resta il vero motore dell’esperienza
Se la trama divide, il gameplay mette quasi tutti d’accordo. Gli scontri sono tesi, leggibili e molto più sporchi di quanto ci si aspetti da un action lineare classico: risorse limitate, crafting rapido, coperture credibili e furtività centrale. Il bello è che ogni incontro sembra progettato per farti improvvisare, non per farti eseguire una formula già scritta.
Furtività e intelligenza dei nemici
La furtività funziona perché i nemici non si comportano da bersagli passivi. Comunicano, reagiscono ai rumori, cercano di aggirarti e cambiano ritmo in base a quello che fai. Questo rende ogni area una piccola partita a scacchi, dove un errore può ribaltare tutto in pochi secondi. Anche i cani e il tracciamento delle tracce sonore alzano la posta: non basta nascondersi, bisogna pensare in anticipo.
Il ritmo alterna esplorazione e pressione
La struttura non è aperta in senso moderno, ma lascia spazio sufficiente per respirare tra un picco di tensione e l’altro. I livelli sono costruiti per guidarti senza gridarlo, e questo è un punto che apprezzo molto: il gioco non si affida a segnali invadenti, ma a un design pulito e leggibile. È una scelta che rafforza l’immersione, soprattutto quando gli scontri diventano più caotici e l’attenzione deve restare alta.
In pratica, il sistema di combattimento sostiene sia la storia sia la tensione moment-to-moment. Però un buon gameplay, da solo, non spiega perché questo titolo continui a pesare così tanto nella memoria di chi lo gioca: lì entrano in gioco regia, suono e ritmo emotivo.
Cosa funziona davvero e cosa pesa dopo ore di gioco
Dal punto di vista tecnico ed espressivo, The Last of Us Parte II resta impressionante. Le animazioni facciali, la qualità delle texture, la direzione artistica e il lavoro sonoro costruiscono una credibilità rara, che nel 2026 regge ancora benissimo. Non è solo questione di “bella grafica”: è il modo in cui ogni dettaglio lavora per farti sentire la fatica dei personaggi, la distanza tra loro e la brutalità dell’ambiente.
Comparto tecnico e sonoro
Il suono ha un ruolo enorme. I passi, i colpi, i respiri, i silenzi improvvisi: tutto contribuisce a tenere alta la tensione anche quando non succede nulla di clamoroso sullo schermo. La recitazione è altrettanto importante, perché rende credibili le fratture emotive e i cambi di tono senza bisogno di spiegazioni forzate. Quando un gioco arriva a questo livello, la tecnica non è più un contorno: diventa parte del racconto.
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Ritmo e stanchezza emotiva
Il rovescio della medaglia è il peso complessivo dell’esperienza. La campagna principale si muove nell’ordine delle 25 ore circa, ma la sensazione è spesso più lunga perché il gioco raramente ti lascia rilassare del tutto. Per me non è un difetto assoluto, è una strategia: The Last of Us Parte II vuole essere scomodo, e lo fa senza nascondersi. Però va detto con onestà che chi cerca un ritmo più leggero o una progressione più consolatoria potrebbe sentirlo come un muro, non come un pregio.
Ed è qui che la scelta della versione giusta diventa importante, perché oggi non si tratta più soltanto di giocarlo: si tratta di capire in quale forma rende davvero al meglio.

Quale versione conviene giocare oggi
Nel 2026 la domanda non è soltanto se il gioco meriti, ma quale edizione abbia più senso per te. Se parti da zero, la scelta più completa è la Remastered; se possiedi già la versione originale e ti interessa solo la storia, il salto non è indispensabile. La differenza vera, oggi, sta nei contenuti extra, nelle opzioni di accessibilità e nella qualità dell’esperienza sulla piattaforma che usi davvero.
| Versione | Cosa offre | Quando ha senso | Limite principale |
|---|---|---|---|
| PS4 originale | Campagna completa, esperienza base, nessun extra moderno rilevante | Se vuoi solo la storia e ce l’hai già in libreria | Manca il pacchetto extra e l’impatto tecnico delle versioni più recenti |
| PS5 Remastered | Miglioramenti grafici, caricamenti più rapidi, supporto DualSense, No Return, Livelli Perduti, modalità cronologica, oltre 60 impostazioni di accessibilità | Se vuoi la versione più completa e rifinita | Non cambia la storia base, quindi il valore aggiunto è soprattutto nell’insieme |
| PC Remastered | Stessi contenuti extra della Remastered, più flessibilità di impostazioni e hardware | Se preferisci mouse e tastiera o vuoi regolare meglio prestazioni e resa | Il risultato dipende molto dal PC che hai davvero |
La mia regola è semplice: se vuoi solo la campagna, l’originale resta valido; se vuoi l’esperienza più completa, la Remastered è la strada giusta. Su PS5, il feedback del DualSense e i tempi di caricamento più rapidi fanno una differenza concreta; su PC, invece, contano molto la stabilità e il bilanciamento tra qualità visiva e fluidità. In ogni caso, i contenuti aggiunti hanno senso solo se ti interessa passare più tempo in questo mondo, non se stai cercando una semplice riproposizione della stessa storia.
A chi lo consiglio e a chi lascerei tempo
Questo è uno dei rari casi in cui la mia raccomandazione è netta ma non universale. Lo consiglio senza esitazioni a chi cerca una produzione adulta, tecnicamente eccellente e disposta a correre rischi narrativi veri. Lo consiglierei anche a chi apprezza gli stealth game quando sono tesi, dinamici e leggibili, perché qui il sistema di gioco è davvero all’altezza del nome che porta.
- Lo consiglio se hai amato il primo capitolo e vuoi una storia che non si limiti a ripetere la formula.
- Lo consiglio se ti interessano regia, animazioni, sound design e ritmo scenico di alto livello.
- Lo consiglio se non ti spaventa un tono cupo e una violenza emotiva molto forte.
- Lo consiglierei con cautela se cerchi un’esperienza rilassante o una trama che ti accompagni senza metterti in crisi.
C’è anche un altro aspetto che conta molto: grazie alle tante opzioni di accessibilità, il gioco è più flessibile di quanto sembri a prima vista. Questo non lo rende “facile”, ma lo rende più adattabile, e in un titolo così lungo e intenso è un vantaggio concreto. Se arrivi da The Last of Us Part I, la risonanza emotiva è ancora maggiore; se invece entri qui senza conoscere il primo, la storia resta comprensibile, ma alcune sfumature pesano di meno.
Come leggerlo nel modo giusto nel 2026
Se dovessi riassumere il modo migliore per affrontarlo oggi, direi questo: non trattarlo come un semplice sequel d’azione. È più utile accettare fin da subito che il gioco vuole farti stare dentro un disagio controllato, e giudicarlo per la coerenza con cui porta avanti questa idea. Da lì emergono i suoi punti più forti, ma anche i motivi per cui continua a non essere amato da tutti.
- Giocalo quando hai tempo e testa per reggere un tono molto pesante.
- Usa cuffie o un buon impianto audio: il sound design vale quasi quanto la regia visiva.
- Se vuoi ridurre fatica visiva o motoria, esplora subito le impostazioni di accessibilità.
- Se preferisci un’esperienza più completa, scegli la Remastered invece di fermarti alla versione base.
Alla fine, il valore di The Last of Us Parte II sta proprio nella sua coerenza: non cerca di essere comodo, cerca di essere memorabile. E nel 2026, tra contenuti extra, versioni aggiornate e una qualità ancora altissima, resta uno dei pochi blockbuster capaci di farti discutere del gioco tanto quanto di farti giocare bene.
